E’ iniziato ufficialmente il tanto atteso Torino Film Festival firmato Nanni Moretti. Come nelle mie precedenti esperienze mi sono armato di accredito press, grazie alla radio per cui collaboro, Radio110, su cui faccio uno speciale sul festival. Frequentare Torino in modo così viscerale è una cosa che non ho mai fatto. Rischia anche di piacermi.

Da dove inizio? L’edizione nasce sotto il segno della pioggia e una sfida, ovvero quello di mettere il TFF, giunto oramai alla sua 25ma edizione, in una posizione di rilievo tra i festival del cinema più importanti d’Europa. La prassi è la solita. Sveglia al mattino presto, un’oretta di autobus circa, e film, tanti film, intermezzati dalle solite code agli ingressi. La collocazione delle sale non è comodissima, la capienza nemmeno. Il Massimo, e il Greenwich sono abbastanza vicini e in zona via Pò, mentre l’Ambrosio è davanti a Porta Nuova. Quindi sbattimento di 20 minuti di corsa tra una sala ed un’altra per arrivare in tempo. Per ogni film che ho visto ho sempre fatto una gran coda. A differenza degli altri anni c’è veramente un sacco di gente. Nanni è raggiante e cazzeggia regolarmente davanti al Massimo durante il pomeriggio. E’ molto disponibile e non è difficile avvicinarlo. In settimana ho un’intervista programmata con lui.
Per la cronaca ho avuto modo di vedere i primi 2 film in concorso. L’americano “The Savages” di Tamara Jenkins, che poi era anche il film di apertura, e il norvegese “L’arte del pensiero negativo” di Bard Breien, ovvero autori di cui ignoravo l’esistenza, come per il 90% del programma del Festival. Proprio per questo la cosa mi piace.
The Savages appare come un film americano indipendente nel suo modo di raccontare storie di vita. Nella fattispecie si affronta il tema della malattia e degli ultimi giorni di vita di un padre incapace di badare a se stesso vista dai suoi 2 figli, due drammaturghi di teatro, ognuno con le proprie paturnie esistenziali (lavoro, relazioni sentimentali,ecc). Un film agrodolce che affronta un tema complesso con sprazi di sottile ironia, ottimanente interpretato da Laura Lynney e Philip Seymour Hoffman. Pur essendo americano ha molto di quello spessore introspettivo tanto caro a quello italiano ed europeo in genere. Profondo e sincero. Voto 7+.
Il secondo film, si tratta di una incredibile dark comedy norvegese dal titolo originale “Kunsten A Tenke Negativt” ovvero “L’arte del pensiero negativo”, diretto dall’esordiente Bard Breien. Un film fantasticamente ironico sulla disabilità, vista dai disabili stessi. Un disabile costretto sulla sedie a rotelle isolato e depresso. Un gruppo di sostegno che fa a casa sua uno stage di riflessione intensivo sul pensiero positivo di ventiquattro ore. Ma qualcosa va storto e il disabile suddetto continua imperterrito a illustrare il suo pensiero negativo e la cosa gradualmente trascina tutti in un tunnel di angoscia e disperazione che finirà solo quando, all’alba del giorno dopo, la luce porterà un flebile bagliore di speranza. Un film che ricerca in modo chirurgico, sarcastico e crudele la compenente più profonda del pensiero negativo che aleggio dentro ognuno di quei disabili in scena, smettendo di cercare di essere perfetti e di farsi compatire. Solo dal fondo del fondo si riemerge e ci si accetta. Un film intelligente, che ricorda film importanti scandinavi legati al “Dogma” di Von Trier. Una piacevole scoperta. Voto 8+.
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