Video recensione: Ampelman

Si, lo dico pubblicamente. L’altra sera Tommy mi ha battuto a Wi. Per la prima volta dunque, il campione mondiale di Wi perde una partita di tennis. Considerando lo stato allegro con cui ho giocato è facile perdere. Ma non voglio trovare scuse. La sensazione di vendetta sta salendo sempre di più. A parte le menate, siamo giunti in prossimità delle feste, che, religiosi o meno, bisogna fare per far parte dell’universo degli esseri umani. Quindi buon…bal bla bla….

Un noto frequentatore del blog, ovvero ancatdubh, ha fatto una recensione su Ampelman, che ha avuto modo di vedere. Il giudizio di Ancatdubh credo debba essere temuto da tutti, poichè indice di una parte del pubblico con uno spiccato senso critico. Nel bene e nel male mi piace affrontare questo esame. E dato che penso di averlo superato, gongolo un pò pubblicando quello che ha scritto sul suo blog.

 ”Un’altra mia recensione per l’ultimo film del regista Rocco Riccio. Dopo il suo lungometraggio Isole, è la volta del suo recentissimo cortometraggio Ampelman(cliccare per vedere il film).
Il cortometraggio è stato girato a Torino in soli 3 giorni e montato a tempo di record.
C’è da elogiare la sceneggiatura originale in tutti i sensi. Infatti la storia è originale, ma notevole è l’idea di far recitare i 5 attori nella loro lingua madre.

La storia vede protagonisti un tunisino, che vive bevendo caffè e spacciando marijuana, due rumeni che si contendono il mercato dello spaccio con il tunisino, e due albanesi, un ragazzo e una ragazza. Quest’ultima è la donna di uno dei due rumeni, ma non è convinta che il suo futuro sia con lui. Le vite dei cinque sono intrecciate tra loro, diverse per stile ma con un filo comune: la vita è una questione di scelte, ognuno è quel che ha deciso di essere, anche se questa scelta può portare a conseguenze spiacevoli. Sta solo ad ognuno di loro, di noi, decidere se cambiare strada.

La scrittura del film è superiore, anche per il taglio delle inquadrature, per il ritmo e per la decisione di aggiungere alle scene una dominante calda per dare l’impressione del sole del tramonto. Interessanti i monologhi e i dialoghi, un bel montaggio.
Il cortometraggio dura 15 minuti, di cui 3 tra titoli di testa e di coda. E’ sottotitolato per quasi l’intera durata, peccato che in così poco tempo sono presenti, tra errori di battitura, di grammatica e anacoluti, una decina di errori. Molto convincenti gli attori, specialmente i due rumeni. All’attore tunisino avrei fatto indossare una giacca più comoda e della sua misura, almeno non avrebbe passato tutto il tempo ad aggiustersela addosso.
Bellissime le musiche turche usate come colonna sonora, purtroppo non vi è menzione di esse nei titoli di coda.

Dal mio punto di vista si tratta di un ottimo lavoro. Ed infatti, al videoconcorso Spazio Anteprima, è stato premiato come Miglior Sceneggiatura Originale e con una Menzione Speciale alla Regia.”

Solidarietà per i liberi pensatori

Potrà piacere o meno, potrà essere amato od odiato. Questo è il destino di un genio. Recentemente era rientrato alla grandissima con un’altro esilerante programma, Decameron, dopo un lungo periodo di assenza dalla tv fascista e assolutamente illiberale.

Non so perchè ma in Italia c’è paura per la satira. E’ l’unico Paese al mondo che censura senza problemi portatori sani di satira, in nome della salvaguardia dalla volgarità, dall’offesa o da altre cazzate. In realtà c’è paura di chi pensa liberamente e che liberamente dice quello che gli pare. La satira è un mestiere difficile, lo so. Difficile anche da individuare. Volevo esprimere tutta la mia solidarietà a Daniele Luttazzi, epurato ancora una volta. Prima da Mediaset, poi dalla Rai, poi da La7. Ora che stavo per lasciarmi convincere che La7 alla fine era la meno peggio. Ed invece no. Si è smentita subito. Ancor più dispiacere provo nel leggere articoli su quotidiani importanti (La solita casta dei giornalisti. Mica roba seria), e opinioni su siti, blog e quant’altro (per quello, ognuno ha la sua opinione).  Anche perchè non si tratta di legittimare o meno l’azione repressiva sulla base del gradimento di chi scrive sui giornali o sui blog. Contano i dati d’ascolto. Il programma registra puntualmente più di 2 milioni di ascolti, che per La7 e per la fascia oraria (le 23) è un vero record. E soprattutto è il programma più visto di tutta la fascia oraria. Daniele Luttazzi è quello di sempre. Lo stesso che faceva satira ai tempi di Mai Dire Gol e Barracuda in Mediaset, o Satyricon in Rai. Ricordiamo che per quest’ultimo programma il signor Luttazzi è stato sospeso in seguito alla strafamosissima puntata con l’allora sconosciuto Travaglio su Berlusconi. Sempre lui. Travaglio ci ha fatto una carriera sopra ed è sempre in tv. Quell’altro in nome della libertà a cazzi suoi fonda strani e pericolosi partiti populisti per poi epurare chi non gli va  a genio. Ricordiamo anche che da più di 10 anni Daniele Luttazzi riempie i teatri di tutta Italia e vende migliaia di copie con i suoi libri. Per questo è stato ingaggiato da La7. Consapevoli dell’irriverenza e dell’indipendenza del personaggio. Si sono pentiti, ed in nome di quel maledetto ordine mafioso che vige in tv, hanno trovato la prima scusa del cavolo per mandarlo via, con una retata manco fosse un trafficante di droga. Ah, dimenticavo. Quello è Azuz, lo spacciatore di droga più famoso in Italia. Lui si che merita di stare in tv. Tra l’altro poi per giuliano Ferrara è davvero vergognoso venir tagliati fuori. Per uno che sbandierava il comunismo davanti ai cancelli della Fiat negli anni 70 e 80, che poi è vantato di essere informatore delle CIA, per poi vantarsi di essere gran paraculo del nostro ex premier abusivo. Peccato davvero. A parte il piacere personale che trovo nella satira di Luttazzi, trovo davvero clamoroso questo gesto. Ma non importa. L’ordine è stato mantenuto. Daniè, non ti preoccupare, la gente, la tua gente ti ama e ti amerà sempre lo stesso.

L’Italia è una repubblica fondata sul conflitto d’interessi

Si è detto tanto, tantissimo, per anni. Si usa un termine che è stato talmente usato da svuotarne completamente il significato. Per chi ha un minimo di coscienza critica la cosa è grave, molto grave, perchè non ci sono eguali nel mondo. Come al solito ci tieniamo ad essere solo noi il Paese di pulcinella. La cosa triste è che tutti in Italia sanno tutto. Ma a nessuno più interessa. Ebbene recentemente sono salite alla rabalta le note questioni di ingerenze varie tra Rai e Mediaset del quinquennio Berlusconi da cui siamo faticosamente usciti, da cui non usciremo mai completamente a breve finche sarà in vita. Ebbene dal 1994 un signore, tale S.B., oppresso da debiti e dall’ufficiale giudiziario perennemente davanti all’uscio di casa, decide per illuminanti questioni etiche, morali, ideali e quant’altro di risolvere tutto con la famosa “scesa in campo”. Questo signore, oltre a rappresentare un grande impero economico in diversi ambiti della nostra economia, molti dei quali ottenuti in maniera completamente illegale (vedi Mondadori, vedi Medusa, vedi frequenze di Canale 5 e Rete 4), ha deciso di intervenire personalmente nella sfera legislativa.

Il signor S.B. negli anni 80 ha occupato abusivamente le frequenze di un altro signore, evidentemente poco protetto politicamente, e ha lanciato la presa del potere in Italia. Nel tempo si è comprato tutti. Presentatori, vallette, giornalisti, politici, e alla fine anche gli spettatori, ovvero noi. Dagli anni 80 S.B. è riuscito perfettamente nell’opera di devastazione della coscienza, dell’intellighenzia, e di ogni forma di vita dentro la scatola cranica. La Tv in Italia è il principale burattinaio. Lo è storicamente e affettivamente. Fin qui tutto bene. Ma quando S.B. è riuscito a farsi eleggere si è posto un problema: ma non sarà che emergeranno conflitti tra il S. legislatore e il S. intrallazzatore? Risposta: Si, certamente. La Rai è stata rimpinzata di suoi dipendenti, i giornalisti accondiscendenti, la sinistra dorme.

L’Italia è entrata in un regime mediatico che è una delle peggiori forme di dittatura moderna. La fabbrica del consenso, l’omologazione, la disinformazione. Questa è Storia.

Per anni sono state dicerie da Bar, come le mie. Ma da quando sono state pubblicate le intercettazioni dell’inchiesta Rai e Mediaset, ho preso un pò di coraggio. Da queste intercettazioni risultano telefonate incrociate tra dirigenti Rai, strani figuri doppiogiochisti o infiltrati come si direbbe in termini polizieschi, giornalisti di parte, direttori di rete, presidenti, vice presidenti, figli di presidenti, figli di puttana, tutti. Erano tutti d’accordo, cazzo. Emerge che una tale Deborah Bergamini, ex assistente di Berlusconi poi diventata Direttore Strategico Merketing (ma che cazzo è?), telefonava continuamente per saudade a Cologno Monzese, a Carlo Rossella (ex-direttore tg5), Massimo Crippa (direttore palinsesto Canale 5) e altri figuri. Amici. Vespa, quante parolacce mi vengono in mente se penso a Vespa, che confezionava puntate di Porta a Porta sui politici di destra, evadeva gli argomenti clou che potevano infastidire la destra, telegiornali che nascondevano le notizie, o quelle scomode alla destra. Abbiamo assorbito tutto questo. Da una parte speravo ne saremmo usciti a colpi di rivolte di massa (giustificabili), dall’altra non ci speravo. Siamo troppo stupidi.

Non so come, S.B ha perso le elezioni. La cosa gli rode un sacco. La strategia continua. Demolire mediaticamente l’aversario, farlo apparire fragile, insicuro. L’insicurezza è contagiosa nel pubblico. Lui lo sa. Non c’è giorno che non si dice “il governo oggi cadrà. il paese è in crisi. bigosna votare”. La dittatura non è finita purtroppo e continua. Si vuole far nascere il Partito del Popolo delle Libertà. Ho paura. Paura di essere costretto a vergognarmi di questo Paese, di cui già mi vergogno un pò. Ma il Paese non è un’entità metafisica e vaga. Il Paese siamo noi. E’ questa la cosa più triste. Sono convinto che ci vorranno altri 10 anni per insanire un pò. Spero che la cura Prodi, medicina amara ma che come tutte le medicine cattive di sapere sta facendo lentamente effetto, duri il più possibile. Non possiamo permetterci un altra dittatura. Basta.

La cosa drammatica è che l’avvento del signor B. ha reso lecito un sistema intrallazzatore, poi denominato conflitto di interessi, che ha coinvolto centinaia di politici, imprenditori, manager, finanza creativa, banche, società quotate in borsa, scalate, palazzinari, cooperative. Insomma un sistema talmente enorme che ci vorranno 100 anni per scardinarlo.

Per questo da sempre sostengo che coloro che hanno più di 30 anni si devono dimettere pacificamente da ogni incarico di potere. Coloro che hanno vissuto quel sistema sono infettati irrimediabilmente di quel virus terribile. In Cina una rivoluzione culturale è stata fatta con la violenza. Non mi pare il caso. Ma una rivoluzione va fatta. Ci rimetteranno in tanti, mi per ora ci hanno rimesso milioni.

Ma la domanda è: ma c’è davvero voglia di cambiare?

Le giornate del Torino Film Festival

Tanti bei film in scena qui a Torino. Davvero massiccia la partecipazione. La scommessa di Nanni Moretti sembra vinta. Ecco di seguito qualche parola sui film visti di recente.

-”Lascia perdere Johnny” di Fabrizio Bentivoglio.

Locandina Lascia perdere, Johnny!

In una Caserta anni 70 si raccontano le gesta di Fausto, un ragazzo che sogna di fare il musicista e che lavora saltuariamente per l’Orchestra Falastro. L’incontro con il maestro Augusto Riverberi, gli darà modo di fare una tournee estiva e di percorrere quella strada tanto auspicata. Al di là della trama, che vengono spesso molto banalizzate (visto che in fin dei conti, la trama, non è così essenziale) risulta divertente e apprezzabile l’esordio alla regia dell’attore Bentivoglio (rcentemente visto in “Ricordati di Me” di Muccino), con un bravo Antimo Merolillo, alla sua prima apparizione, un’Eduardiano Tony Servillo, e una sempre splendida Valeria Golino. Atmosfere un pò surreale, film davvero godibile, che uscirà a breve nelle sale distribuito da Medusa. Voto 7.

 

-My Blueberry Nights di Wong Kar Wai.

 Locandina Un bacio romantico

Che dire? Non lo so. Ci sono certi film che ti entrano dentro, ti devastano per la sua bellezza, per la sua poesia e per la potenza dell’immagine, tutti ingredienti che stanno alla base di un capolavoro. Ebbene questo film lo considero un vero modello di perfezione del cinema. Wong Kar Wai, con le sue storie poetiche e surreali, mette in scena un road movie lungo gli Stati Uniti che è puro incanto. Prima pellicola per il regista di Hong Kong negli stati uniti. Ci sono tutti gli ingredienti della sua poetica vista nei suoi precedenti lavori (In the mood for Love, 2046, The Hand), fotografia inarrivabile, atmosfere soffuse e piacevole che per astrarre i personaggi ad un piano superiore. Bravi Jude Law, assolutamente fanstastica l’esordio come attrice di Norah Jones, e veramente bellissime Natalie Portman e Rachel Weisz. Non so che dire. Puro incanto. Voglio rivederelo presto. E’ un film che rientra nella mia top ten di sempre. Voto 10+++

Il Festival di Nanni

E’ iniziato ufficialmente il tanto atteso Torino Film Festival firmato Nanni Moretti. Come nelle mie precedenti esperienze mi sono armato di accredito press, grazie alla radio per cui collaboro, Radio110, su cui faccio uno speciale sul festival. Frequentare Torino in modo così viscerale è una cosa che non ho mai fatto. Rischia anche di piacermi.

Da dove inizio? L’edizione nasce sotto il segno della pioggia e una sfida, ovvero quello di mettere il TFF, giunto oramai alla sua 25ma edizione, in una posizione di rilievo tra i festival del cinema più importanti d’Europa. La prassi è la solita. Sveglia al mattino presto, un’oretta di autobus circa, e film, tanti film, intermezzati dalle solite code agli ingressi. La collocazione delle sale non è comodissima, la capienza nemmeno. Il Massimo, e il Greenwich sono abbastanza vicini e in zona via Pò, mentre l’Ambrosio è davanti a Porta Nuova. Quindi sbattimento di 20 minuti di corsa tra una sala ed un’altra per arrivare in tempo. Per ogni film che ho visto ho sempre fatto una gran coda. A differenza degli altri anni c’è veramente un sacco di gente. Nanni è raggiante e cazzeggia regolarmente davanti al Massimo durante il pomeriggio. E’ molto disponibile e non è difficile avvicinarlo. In settimana ho un’intervista programmata con lui.

Per la cronaca ho avuto modo di vedere i primi 2 film in concorso. L’americano “The Savages” di Tamara Jenkins, che poi era anche il film di apertura, e il norvegese “L’arte del pensiero negativo” di Bard Breien, ovvero autori di cui ignoravo l’esistenza, come per il 90% del programma del Festival. Proprio per questo la cosa mi piace.

The Savages appare come un film americano indipendente nel suo modo di raccontare storie di vita. Nella fattispecie si affronta il tema della malattia e degli ultimi giorni di vita di un padre incapace di badare a se stesso vista dai suoi 2 figli, due drammaturghi di teatro, ognuno con le proprie paturnie esistenziali (lavoro, relazioni sentimentali,ecc). Un film agrodolce che affronta un tema complesso con sprazi di sottile ironia, ottimanente interpretato da Laura Lynney e Philip Seymour Hoffman. Pur essendo americano ha molto di quello spessore introspettivo tanto caro a quello italiano ed europeo in genere. Profondo e sincero. Voto 7+.

Il secondo film, si tratta di una incredibile dark comedy norvegese dal titolo originale “Kunsten A Tenke Negativt” ovvero “L’arte del pensiero negativo”, diretto dall’esordiente Bard Breien. Un film fantasticamente ironico sulla disabilità, vista dai disabili stessi. Un disabile costretto sulla sedie a rotelle isolato e depresso. Un gruppo di sostegno che fa a casa sua uno stage di riflessione intensivo sul pensiero positivo di ventiquattro ore. Ma qualcosa va storto e il disabile suddetto continua imperterrito a illustrare il suo pensiero negativo e la cosa gradualmente trascina tutti in un tunnel di angoscia e disperazione che finirà solo quando, all’alba del giorno dopo, la luce porterà un flebile bagliore di speranza. Un film che ricerca in modo chirurgico, sarcastico e crudele la compenente più profonda del pensiero negativo che aleggio dentro ognuno di quei disabili in scena, smettendo di cercare di essere perfetti e di farsi compatire. Solo dal fondo del fondo si riemerge e ci si accetta. Un film intelligente, che ricorda film importanti scandinavi legati al “Dogma” di Von Trier.  Una piacevole scoperta. Voto 8+.

Giordano lo smacchiatore

Prendo spunto dall’ultimo commento di Paolo a proposito dell’ennesimo caso di tarocco giornalistico, o di censura fotografica o, meglio ancora, del primo detersivo al mondo che toglie le macchie anche dalle immagini. L’inventore è il noto giornalista (scusate l’abbinamento alla categoria) Mario Giordano, ex direttore del grande telegiornale (riscusatemi l’abbinamento) Studio Aperto, nonchè inventore di Lucignolo e gran paraculo, attualmente direttore del famoso giornale (ri-riscusate l’abbinamento) Il Giornale, quotidiano legato alla famiglia Berlusconi.

Ebbene, durante i tristi fatti di teppismo urbano a scopo calcistico è stato immortalato uno dei tanti animali a caccia di sbirri. Eccone lo scatto. La foto compariva su una serie di quotidiani italiani (QN, Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno)

La foto mostra un tizio chiaramente ispirato a Gandhi, in evidente atteggiamento pacifico. La cosa bella è rivedere la stessa foto in prima pagina del suddetto “Il Giornale”.

Ebbene….magia. Lo smacchiatore Giordano ha colpito ancora. Ecco infatti anche la prima pagina.

Perchè togliere lascritta Milano dalla giacca? Se c’era la foto del “Che” o la scritta “Io sono rumeno” ci avrebbero marciato sopra settimane. Invece no, la parola “Milano” suscita chissà quali moti carbonari e dunque, perchè la dirigenza ha deciso di non infangare il gliorioso nome di Milano, immagine senza macchia della rettitudine politica, economica, sociale e via dicendo?

No, Giordano, questa è censura. E’ una stronzata, ma proprio per questo penso alle valangate di bufale che quotidianamente e per anni ci ha gentilmente sommonistrato tra una tetta di Arcuri ed un’altra, tra la Franzoni e Gherlasco, tra Corona e l’immancabile icona onnipotente S.B che aleggia su questo strano paese di pulcinella da più di 20 anni.

Il commissario Charitos

Io e la lettura abbiamo una strano rapporto. Sono diffidente, diffidente su tutto, perchè per quanto penso di conoscere solo il 2% dei libri che esistono al mondo, l’1,99% mi annoia una casino dopo poche pagine. Poi ogni tanto scopro un autore nuovo, e su quello ci campo per un pò. Dopo aver esaurito tutta la bibliografia di Antonio Tabucchi e Tiziano Terzani, per più di 2 anni non ho trovato niente. Poi, per caso, tra i migliaia di libri della Feltrinelli ce n’era uno che quasi si sbracciasse al mio cospetto per essere visto. Titolo: “Si è suicidato il Che”. Autore: Petros Markaris. Genere: Giallo Poliziesco.

Diffidenza alle stelle. I gialli li trovo pieni di trama e nient’altro. Odio le trame fini e a se stesse. Ma un pò perchè avevo una lacuna d’autore un pò nella speranza di colmare questa lacuna l’ho acquistato. E ho fatto bene. Negli ultimi sei mesi infatti il commissario Charitos, protagonista dei gialli di Petros Markaris accompagna le mie letture. Poi sono passato a “Le Ultime dalla Notte” e “Difesa a Zona”. Incredibilmente poetici e profondi, seppur…gialli.

La cosa bella è che per quanto li si voglia paragonare a Montalbano o Maigret,  c’è proprio quella introspezione e poesia di fondo che accompagna questi libri e il mio neo-eroe commissario e che i libri del genere hanno stancamente sempre meno. Per cui in mezzo a tutto questa confusione volevo promuovere questo signore.

Petros Markaris è turco, armeno, greco. Tedesco, austriaco, italiano. È nato ad Istanbul nel 1937, ha genitori di nazionalità diverse, ha studiato nelle università del nord Europa. Non si sente greco, neanche un po’. Dice: “Il nazionalismo non fa per me, non ho e non voglio radici. Sto bene dappertutto, anche in Germania, anche in Italia”. Neppure Atene sente come propria città: “Puzza di spazzatura e smog” dicono i suoi personaggi. Nonostante ci abiti, nonostante abbia appena comprato una nuova casa, “è una città che a volte detesto”. Eppure i romanzi di Markaris sono talmente greci e il suo commissario, Charitos (al telefono lo scrittore spiega che si pronuncia “haritos”), così profondamente ateniese, da rendere praticamente impossibile immaginarselo non solo fuori dalla sua città, ma addirittura fuori dalla sua macchina, una 131 Fiat Mirafiori minacciosamente scassata. Nato come giallista in tarda età con Ultime della notte, Markaris viene dalla sceneggiatura per il teatro, per la televisione, per il cinema dove si è distinto come sceneggiatore di Theo Angelopoulos con il quale ha stretto un lungo sodalizio professionale (L’eternità e un giorno vinse la Palma d’oro a Cannes nel 1998, sta scrivendo altri episodi per la trilogia La sorgente del fiume).

Ma per Markaris la scrittura è gialla. Dal libro d’esordio fino a Difesa a zona e all’ultimo, Si è suicidato il Che (in Italia pubblicati da Bompiani), ha modulato la crime story in una stringente versione mediterranea. L’Atene di Markaris non è un posto da vacanze, ma una capitale intasata e piena di grinta totalmente inserita nel suo attuale contesto sociale e politico. C’è inquinamento, rumore, gente che litiga, tv accese sulle notizie del giorno. I lavori in corso per le Olimpiadi bloccano le strade e fanno arrivare Charitos sempre tardi al commissariato. Con un colpo di mano Markaris ha trasferito sotto il sole di Grecia la lezione del Quai des Orfevres di Maigret. Non è un caso che un’operazione del genere sia riuscita a questo campione del meticciato europeo. Non è un caso che uno scrittore che si dichiara “sradicato” trovi naturale dedicarsi al giallo, un genere che obbliga il lettore a una continua ridefinizione delle priorità sociali. “Il giallo greco – dice – ha una forte connotazione politica perché i suoi scrittori hanno vissuto la dittatura e vivono una militanza politica, sebbene con disincanto e frustrazione”.

L’ultimo suo libro, che ancora non ho acquistato è: “La lunga estate calda del commissario Charitos. Fine dello spottone.

Quando Dr.House psicanalizza

Da un paio di mesi imperversa su MediaSet e su Fox il geniale Dr.House, telefilm americano sul mondo della medicina, dottori, ospedali e quant’altro. 

All’inizio, forse perchè dopo C.S.I.  ci hanno assaliti di telefilm americani su streghi, mostri, poliziotti, supereroi, dottori, studenti di medicina, e forse perchè ha avuto un successo della madonna in Italia , mi sono rifiutato di guardarlo, ma poi, quasi per caso, mi è capitato di rimanere un mercoledi sera malaticcio a casa, e mi sono fatto una full immersion del fantomatico Dr.House. La serie è incentrata sulle vicende di un’equipe di diagnostica medica guidata dal Dr. Gregory House, un medico dai metodi poco ortodossi ma dotato di grande capacità ed esperienza e trae ispirazione dai gialli del famoso detective Sherlock Holmes (la struttura qui è simile: House è Sherlock Holmes mentre il suo amico Wilson è Watson), infatti in ogni puntata c’è un giallo diverso da risolvere in base a vari indizi, più o meno evidenti; alla capacità del grande diagnosta l’ultima parola per risolvere il puzzle e salvare il paziente. Si tratta di risolvere casi umani dalle malattie superare e complesse.  Dr.House è famoso per la sua cinicità, per le sue paranoie, per il suo essere talmente ossessivo ed arrogante da essere quasi simpatico. Insomma, per farla breve, sono diventato anch’io teledipendente di Dr.House. E l’appartenere ad una categoria mi da enormemente fastidio.

Nella puntata di ieri c’è stato un passaggio in cui mi sono sentito partecipe. Un suonatore di jazz è in fin di vita e vuole lasciarsi morire perchè non può più suonare. Dr. House lo vuole salvare a tutti i costi, così hanno un breve scambio di battute.

In sostanza il musicista diceva più o meno questo: “Io e te siamo uguali, sai perchè? Perchè tutti e due abbiamo una cosa sola nella vita, una cosa che ci discosta dalla normalità, non tanto perchè facciamo chissà quali cose straordinarie, ma perchè questa cosa è talmente forte da essere unica e vitale, una cosa per cui non dormiamo la notte, che ci accompagna per tutto il resto della vita e che non da spazio ad una vita normale, come ad una famiglia, il cane, la gita domenicale, le vacanze al mare, ecc…Per me è la musica, per te è la medicina. Togliere questa cosa a ciascuno di noi significa togliere la vita. Perchè noi non siamo persone normali.”

Queste parole in qualche modo mi hanno dato una risposta a questo mio essere maledettamente preoccupato e inquieto, a questa ricerca continua di un qualcosa che non c’è, ed è da raggiungere, ed una volta raggiunto non si è ancora contenti, perchè c’è ancora altro da raggiungere. Già, nemmeno io dormo la notte, perchè anch’io mi sento di avere questa cosa dentro che è più forte di tutto il resto. Il cinema è una cosa che fa parte della mia vita ormai da 4 anni, e da allora ho cominciato questa battaglia personale contro me stesso, o meglio, contro la tendenza dell’uomo a fare delle scelte comode. Io ho deciso di non fare scelte comode ed ogni giorno pago la fatica di questa cosa da sostenere addosso. E’ una cosa pesante, come una corazza di piombo pesantisimo, senza di cui non sarei nulla. Come è normale che sia per un mestiere incerto anche gli umori sono incerti. Si passa dall’inspiegabile depressione ad altrettanta inspiegabile euforia. Perchè in questo mestiere, come ben disse Bergman “il regista è una persona sola. Essere solo significa porsi delle domande. E fare film significa risponder loro. Niente potrebbe essere più classicamente romantico”.  Perchè secondo me è dietro la solitudine di ogni giorno che nasce tutto quello che siamo. Ritornando per un attimo alla fiction di cui ho parlato l’altro giorno su Rino Gaetano, anche Rino era una persona sola, malinconica e nella sua quotidiana fatica d’essere c’era il genio, il genio che aveva dentro e che era più forte di tutto, di tutti, forse anche della parte di se stesso che veniva sconfitto dal peso di questo genio. Io non so quanto questo genio sia vero o finto e fino a quando mi spingerò a portarlo dentro, ma mostro già un sacco di sintomi. Detto questo ieri sera Dr.House mi ha detto un paio di cose: 1) Non sono una persona normale ma comunque sono solo un uomo   2) E’ normale che io sia così    3) Devo continuare fino alla morte perchè non riuscirei a vivere senza  4) Pagherò tutta la vita questa mia scelta di andare oltre le cose normali.  5) Riesco ad avere dalla tv più di quanto mi aspettassi. Anzi, molte volte è la tv stessa a ridarmi un equilibrio che smarrisco oramai troppo frequentemente e di questo comincio ad essere ovviamente enormente perplesso.

Rino Gaetano

E’ andata in onda ieri e l’altro ieri la fiction dedicata alla vita del grande Rino Gaetano. Per chi lavora o tenta di lavorare nel cinema il genere fiction è sempre visto come un fenomeno da baraccone per il pubblico medio televisivo. In realtà lo è, ma a volte, come in questo caso, mi sarei anche perdonato l’appartenenza a questa categoria e così, un pò scettico, ho registrato le due puntate e me le sono guardato tutte d’un fiato questa notte.

Mai come questa volta penso che sia stupido giudicare, come ho sempre fatto, quello che la gente ha voglia di guardare in tv o al cinema. Il nostro mestiere di spettatore è un rapporto intimo e personale tra il nostro corpo e lo schermo attraverso cui ci affacciamo. E’ un rapporto fatto di emozioni che nascono dal profondo e si manifestano nelle sue più smisurate forme.

Ebbene questa fiction l’ho trovata davvero emozionante, per una serie di ragioni personali, che per storia personale, per carattere del soggetto in questione, per la tipologia di mestiere che mi accingo a fare (nel cinema e non nella musica), pieno di inquietudini e smarrimenti, di domande e di dubbi, di rapporti che vanno e vengono, di solitudine, di ideali, successi ed insuccessi, insomma,  che per attinenze emotive ed umane mi hanno visto sulla stessa frequenza d’onda del Rino televisivo, a volte così vicino da capire perfettamente ogni aspetto, ogni turbamento, quasi se quello che vedevo in tv fosse una parziale esposizione (a grandi linee)  della mia persona. 

Spinto da questo coinvolgimento non posso che parlare bene di questa fiction. Un grande Claudio Santamaria (dimagrito di 15 chili per impersonare Rino Gaetano), di una somiglianza sconvolgente, molto molto brava Kasia Smutniak che fin’ora avevo visto solo in pantomime in costume di Rai  e Mediaset, un pò meno Laura Chiatti, che forse perchè oramai la infilano ovunque anche quando non c’entra, o forse perchè ha recitato meglio in altri film, penso non abbia capito che si trattasse di una fiction “seria” e si è smarrita in caricature recitative da soap opera. Nel complesso il lavoro è di altissima qualità tecnica ed anche registica (bravo il regista e sceneggiatore Marco Turco). La prima parte è oggettivamente più seguibile e accattivante, la seconda stanca un pò anche perchè porta dritto all’inquietudine dell’uomo, e alla sua morte tragica a soli 31 anni, prematura come quella di tanti grandi. Difatti rimane un sapore molto amaro in bocca, un turbine di emozioni varie e contrastanti che alla fine non si capisce più nulla.

Dopo La Meglio Gioventù, nata come fiction, ma troppo bella per essere fiction, e quella sul Grande Torino, finalmente la Rai ha speso soldi per qualcosa di importante per il cinema fiction italiano, genere  di cui oramai siamo diventati i maestri assoluti.

Piccolo omaggio a Rino Gaetano, poeta e cantautore che apprezzo molto, con la sua canzone più poetica e comunicativa:

Chi vive in baracca, chi suda il salario 
chi ama l’amore e i sogni di gloria 
chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria 
Chi mangia una volta, chi tira al bersaglio 
chi vuole l’aumento, chi gioca a Sanremo 
chi porta gli occhiali, chi va sotto un treno 
Chi ama la zia chi va a Porta Pia 
chi trova scontato, chi come ha trovato 
na na na na na na na na na 
Ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, 
ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, uh uh… 
Chi sogna i milioni, chi gioca d’azzardo 
chi gioca coi fili chi ha fatto l’indiano 
chi fa il contadino, chi spazza i cortili 
chi ruba, chi lotta, chi ha fatto la spia 
na na na na na na na na na 
Ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, 
ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, uh uh… 
Chi è assunto alla Zecca, chi ha fatto cilecca 
chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori 
chi legge la mano, chi regna sovrano 
chi suda, chi lotta, chi mangia una volta 
chi gli manca la casa, chi vive da solo 
chi prende assai poco, chi gioca col fuoco 
chi vive in Calabria, chi vive d’amore 
chi ha fatto la guerra, chi prende i sessanta 
chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro 
na na na na na na na na na 
Ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, 
ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, 
ma il cielo è sempre più blu 
Chi è assicurato, chi è stato multato 
chi possiede ed è avuto, chi va in farmacia 
chi è morto di invidia o di gelosia 
chi ha torto o ragione,chi è Napoleone 
chi grida “al ladro!”, chi ha l’antifurto 
chi ha fatto un bel quadro, chi scrive sui muri 
chi reagisce d’istinto, chi ha perso, chi ha vinto 
chi mangia una volta,chi vuole l’aumento 
chi cambia la barca felice e contento 
chi come ha trovato,chi tutto sommato 
chi sogna i milioni, chi gioca d’azzardo 
chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo 
chi è stato multato, chi odia i terroni 
chi canta Prévert, chi copia Baglioni 
chi fa il contadino, chi ha fatto la spia 
chi è morto d’invidia o di gelosia 
chi legge la mano, chi vende amuleti 
chi scrive poesie, chi tira le reti 
chi mangia patate, chi beve un bicchiere 
chi solo ogni tanto, chi tutte le sere 
na na na na na na na na na 
Ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, 
ma il cielo è sempre più blu uh uh, uh uh, uh uh..

Giornalismo Teppista

Si parla tanto, troppo, forse anche a sproposito, purchè se ne parli. E’ questo il motto del giornalismo di massa che vige da anni. La notizia non è importante per il fatto in se per sè, ma lo è per la sua spettacolarizzazione. I media in Italia hanno la capacità di dettare l’agenda dei temi in casa, al bar ed in  ogni altro luogo. Casi di cronaca nera, delitti che diventano dei gialli degni dei migliori romanzi sul tema, dichiarazione dei politici su questo o quello (e chi se ne frega), casi che diventano dei tormentoni. Se consideriamo che in una giornata si alternano tra le 7 reti principali in Tv circa una trentina di telegiornali, che parlano delle stesse identiche cose, ogni cosa, ogni notizia, assume un’eco devastante che ti cattura, ti entra dentro, e poi ti lascia con un senso di sfinimento. E si va avanti così, per vie superficiali, così come superficiale è il pensiero critico di noi cittadini del paese di pulcinella.

Ieri un ragazzo è morto, ucciso per cause ancora da verificare, in un autogrill ad Arezzo. Il fatto è questo: 2 gruppi di ragazzi che andavano tranquillamente a vedersi delle partite di calcio, si prendono un pò in giro per futili motivi in un autogrill, si danno due schiaffoni, ma mentre se ne vanno un poliziotto, con una mira che nemmeno Rambo I II eIII assieme riuscivano ad avere, spara chissà perchè, e spara a caso. E per caso becca il collo di questo povero ragazzo, innocente dentro la sua auto. E muore. Al di là di ogni giudizio, è un fatto assurdo. Ma la cosa assurda è il modo con cui i nostri media hanno riportato per tutto il giorno la notizia. Per ore, senza sapere bene cosa fosse successo i media hanno parlato di scontri tra tifosi, di intervento della polizia, e poi la morte di un tifoso della lazio in seguito a questi scontri per mano di un poliziotto. Ora, con tutto quello che si può dire ai teppisti che fanno le peggio cose agli stadi, non vi sembra un tantino stuzzicante per una susseguente sommossa popolare? E difatti in tutta Italia, gruppi di ultrà hanno cominciato una caccia allo “sbirro” senza precedenti, come se uno di loro fosse stato ucciso ingiustamente per mano di un poliziotto. A titolo di paragone una volta negli stati Uniti (altro paese di pulcinella) passò la notizia che un nero era stato picchiato da dei poliziotti; in quella città, in un clima già caldo per questioni passate, tutta la comunità dei neri mise ferro e fuoco la città.

No, non c’entra nulla il calcio. Nulla. Un ragazzo è stato ucciso ingiustamente per un errore di un poliziotto. Fine della notizia. Poteva succedere ovunque, e per un qualunque futile motivo. Non c’entra la Lazio, non c’entrano gli ultrà, non c’entra il calcio, non c’entra il ministro, non c’entra un cazzo di niente. C’entra solo il mondo del giornalismo e la sua smania di fare notizia. Se ieri l’Italia è stata assaltata da ultrà teppisti la colpa non è degli ultrà teppisti, ma dei giornalisti che hanno dato loro la notizia che li facesse incazzare.

Atalanta, duri con tifosi violenti ...

Il giornalismo teppista ancora una volta, come succede da anni, ha messo in strada la sua quotidiana opera di distruzione. Non di vetrine, cassonetti della monnezza, camionette di sbirri e la testa di qualcuno. No. Ma la distruzione della realtà e della visione di massa della realtà. Questo è quello che succede quando si continua a sparare un mucchio di cazzate.